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Sei “rock”… o hai paura degli altri?
Vi è mai capitato di conoscere qualcuno su un mezzo pubblico (tram, treno, metropolitana…) e scoprire che si tratta di una persona meravigliosa che avreste voluto incontrare prima? Io si! E regolarmente “attacco bottone” per conoscere gente nuova… perché una persona vale per quello che porta dentro, nel cuore, e non per come, dove o quando si è conosciuta. Tra i miei migliori amici e collaboratori nelle attività sociali (rete civica, comitato di quartiere, ecc. ecc.) ci sono numerose persone conosciute in metropolitana, lungo quel tratto che mi separa dal lavoro o da casa, dove migliaia di mondi e di vite si passano a fianco all’insegna della incomunicabilità, indifferenza e, spesso, diffidenza…

Certo, ci vuole coraggio, ed io da “timido pentito” non nascondo un po’ di apprensione: non tutti sono aperti ed accoglienti e non si può prevedere con sicurezza la reazione degli altri, ma… il valore personale, psicologico, sociale che si raggiunge nel comunicare con chi non si conosce non ha prezzo e merita anche il rischio di una risposta scontrosa.
Essere cittadini attivi e maturi significa anche sapersi relazionare con tutto il mondo che ci circonda, anche con coloro che non rientrano nei nostri ristretti ed angusti giri di amicizie ludiche o professionali: guardarsi intorno e scorgere, capire, amare la vita umana che ci circonda.
Ho incontrato persone di tutti i colori. Ricordo ancora il sorriso smagliante (non erano i denti bianchi, ma la sua anima candida e pulita a risplendere) di chi, voltandosi al mio richiamo di approccio, mi ha fatto sentire subito accolto… In pochi attimi un’intesa che, a volte, si impiega anni a raggiungere. Talvolta il sorriso del momento non si è tradotto in una amicizia, perché spesso le nostre vie si sfiorano solo freneticamente, nel frastuono della vita cittadina, dove le distanze sembrano ingigantite dal traffico e dal tempo che scorre inesorabile ed ingestibile; ma altre volte si è aperta una porta di dialogo ed anche un’ottima e concreta collaborazione nel mondo del volontariato.

Ho incontrato persone diffidenti e timide ma profondamente desiderose di comunicare: dopo il primo approccio un po’ sfuggente, sull’onda di una sensibilità intuitiva la “paura dello sconosciuto” ha lasciato il posto al dialogo semplice e spontaneo. Spesso ho avuto la netta sensazione che molti non desiderassero altro che poter parlare con qualcuno, ma il timore del giudizio e della reazione altrui era per taluni un elemento inibente insuperabile: solo incontrando una persona che sapeva rompere il ghiaccio costoro ritornavano ad essere loro stessi rivelando la natura affabile che li contraddistingueva e spesso veniva naturale salutarsi scambiando recapiti telefonici o e-mail. E’ vero, tanti recapiti di persone incontrate per caso rimangono dimenticati e inutilizzati, ma offrire il proprio recapito è un gesto di considerazione e rispetto per l’altro, un modo di dire “ti riconosco come soggetto di valore e sono felice di averti incontrato, non voglio che questo valore cada nel nulla e si disperda nel vortice dispersivo del quotidiano… E’ un atto di speranza e di rispetto verso il seme di una nuova possibile amicizia, il riconoscimento di un’occasione per arricchire la propria umanità.
Ma, ho detto che ne ho viste di tutti i colori: e da un estremo all’altro.
Spesso ho anche incontrato persone diffidenti e indifferenti con le quali la conversazione appariva trascinata ed inconcludente, fondata su risposte per monosillabi: a volte, in questi casi conviene portare a chiusura il discorso, per non mancare di rispetto verso il disagio reticente dell’interlocutore, ma non senza avere chiarito, direi, la propria posizione, spiegando il significato limpido e cristallino del proprio approccio. Questo perché la gente si deve rendere conto che a questo mondo esistono tante brave persone con buone e nobili intenzioni, a volte soggettive (il desiderio di amicizia… il superamento della solitudine…), ma non certo negative, e che il rispetto per il valore della comunicazione non può venire soffocato da una piatta scimmiottante mistificazione del valore della privacy.
Un certo pseudo-rispetto della privacy altrui, che spesso cela, piuttosto, una forma di timore reverenziale o timidezza da parte nostra, non deve fornire un alibi alla cultura dell’indifferenza e della diffidenza ed assecondare il mantenimento di uno stile di quietismo passivo verso il prossimo.

Difendete i vostri diritti di comunicatori sociali evitando di abbandonare i vostri interlocutori più reticenti al fantasma del loro inconscio pregiudizio secondo cui forse non eravate brave persone, solo perché sconosciuti… Non lasciatevi ammaliare dal sottile ricatto dell’interlocutore scostante che tende a farvi credere invadenti, mentre loro troneggiano dall’alto di una miserabile, snobistica ed orgogliosa incapacità di comunicare.
Un caso: una collega di lavoro incontrata in metropolitana si mostra infastidita alla domanda, normale e consueta, relativa all’ufficio specifico in cui lavora… (eppure la domanda è banalmente consuetudinaria…). Successivamente, (dopo averla varie volte intravista presso il suo ufficio, per dire che non vi era nulla di segreto e di riservato…), come ovvio e consequenziale, incrociandola all’uscita dal mezzo pubblico che entrambi utilizziamo, le chiesi il perché di un suo atteggiamento così sfuggente e diffidente, premettendo di volerlo sapere anche per potermi scusare in caso di errore o di mancanza di tatto. Tenta invano di svicolare (in questi frangenti hanno sempre tutti fretta e qualcosa di esiziale da fare…)… Infine, ammette che non ero io ad avere sbagliato nei modi o nei toni, ma che era lei, per scelta, a non dare confidenza a chi non conosce...! Ho ammirato la sua onesta intellettuale, è stata corretta, anche se non condivido e non comprendo la sua opzione: chi non si conosce diventa conosciuto solo e proprio quando si apre la mente ed il cuore all’accoglienza ed alla cordialità. La gentilezza e l’apertura al dialogo sono le doti di una maturità umana e sociale di chi, percependo la relatività della vita, già spesso turbato da tristezze e brutture, trova nel dialogo col prossimo una porta verso la comprensione del senso della vita.
Vorrei citare, infine, un caso estremo, che si colloca al di là della classica risposta scontrosa, fredda, sfuggente che si può sintetizzare nel patetico e sintetico assunto: “Non ti conosco, quindi non ti parlo”… il più grande fallimento della maturità sociorelazionale dell’uomo.

Eravamo in metropolitana: fu un approccio cordiale e spontaneo… verso un viso noto riconosciuto come una collega dello stesso Ministero in cui lavoro. Nessuna risposta. Mutismo completo e totale, e tentativo di farsi schermo dietro altre persone in transito sul cui viso si leggeva una espressione tra il divertito e lo stupefatto. Stessa scena a distanza di tempo quando, ovviamente, per un semplice fatto di dignità personale, chiedo spiegazioni mostrando, tesserino alla mano, di essere un collega che lavora nella stessa struttura ministeriale: stesso muro… stessa faccia di bronzo, per meglio dire: un atteggiamento senza senso privo di ogni disponibilità o cenno di attenzione. Non ci sono giustificazioni morali, salvo quelle psicologiche, per chi non concede al proprio interlocutore il rispetto di una risposta, anche solo per dire “Scusi, non ho voglia di parlare”, affermazione a cui si deve comunque rispetto, perché legata al diritto di privacy.
Ma il diritto alla privacy è a rischio mistificazione quando permette a tante facce di bronzo dalla corazza glaciale di giustificare la propria piatta indifferenza ed il menefreghismo strutturale della propria personalità. Ricordo che una zingarella, su un mezzo pubblico, stava cercando di rubare il portafoglio di un ignaro turista, e una signora anziana, coraggiosa e tenace, se ne accorse ed avvisò il malcapitato: subì gli insulti della zingara, in mezzo ad un mare di indifferenza, ora colpevole e sonnacchiosa, ora gretta, ipocrita e perbenista.
Orbene, non mi permetto di giudicare il valore delle singole persone protagoniste dei casi citati (cadrei nella stessa trappola mentale che sto criticando, quella dei facili giudizi sul prossimo sulla base dei propri schemi mentali e culturali, mancando sfrontatamente di apertura e accoglienza), ma lasciatemi dire che certi atteggiamenti mi appaiono comunque infantili, isterici, pregiudiziali, e di ravvisare spesso, concedetemi ancora questa illazione, forme di superficialità, snobismo, arroganza, condite dalla stupida presunzione di non aver bisogno degli altri (li amici me li scelgo io…!) Molti pensano che la loro vita sia già piena così… Beati loro! Ma, attenti… forse sono le stesse persone che, poi, d’altra parte, si prosternano, nei più svariati contesti sociali e professionali, in mielose riverenze di fronte al potere, verso chi conta, là dove si può prendere, arraffare, fare carriera, in un gioco di cordialità e di “moine strategiche” fondato non sul rispetto dell’uomo ma sulla convenienza personale… Gentilezza tattica e solo con chi si può “spennare”: quale orrenda ipocrisia!
Talvolta, per le donne, si tratta diffidenza verso il sesso maschile, colpevole spesso di episodi di gallismo arrogante (c’è sempre qualcuno che rovina la nostra categoria… sigh!), ma non c’è donna equilibrata e matura che non sappia come gestirsi, con apertura, prudenza e intelligenza di fronte all’eventuale incontro con persone siffatte, e senza fare di ogni erba un fascio. Si la prudenza, ma come strumento di consapevolezza, vigilanza ed attenzione, non di chiusura ipocrita, da struzzo imbalsamato.

Opponete la fiducia nel prossimo al sentimento parossistico di paura verso l’ignoto, ovvero chi non si conosce. Spesso un estraneo è portatore di nuovi spunti umani, mentre chi si crede di conoscere bene sopravvive ormai all’interno della nostra scontata abitudinarietà, falsamente rassicurata dal tempo: lo conosco da tanti anni… è la trappola mentale in cui cadiamo, sia per disconoscere i lati più oscuri dell’altro, sia per avvallarne le positività in forma scontata e superficiale.
Conoscere il prossimo non è effetto del tempo, anche se questo può giovare alla verifica ed al consolidamento dei sentimenti umani, ma della nostra capacità di relazionarci, di capire la psicologia del nostro interlocutore, della nostra sensibilità intuitiva e della sicurezza interiore che abbiamo saputo costruire anche attraverso le relazioni umane più disparate.
Uscite dalle vostre false sicurezze se volete dominare l’insicurezza. Non vivente nelle città come un ammasso di “monadi ambulanti”: impegnatevi a farne luoghi di comunione, crescita e confronto.

Io, da parte mia, continuerò a parlare con le persone che incontro per caso, per strada, sul pulmann, ovunque, con discrezione e rispetto, ma forte di un valore portante, perché credo, anzi so, che in mezzo a tanta sufficienza ed indifferenza si celano rapporti umani che sono in grado di accendere una luce in più nella nostra vita.
Lo ha detto anche Celentano a “Rock-politic”: parlare con le persone sconosciute per strada… è rock…l’indifferenza è lenta. Molto lenta.

Roberto Dosio